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Title: UNA OPPOSIZIONE DI TIPO PARTICOLARE. PCI E CENTRO-SINISTRA (1960-1968)
Authors: MARZILLO, MASSIMILIANO
Tutor: SIMONCELLI, PAOLO
Keywords: partito comunista italiano
centro-sinistra
Issue Date: 28-Feb-2011
Abstract: Lo scontro tra sostenitori e oppositori della formula di governo basata sull’alleanza della Dc con il Psi ha segnato profondamente la storia dell’Italia repubblicana, e ha avuto un’evoluzione alquanto contraddittoria che ha lasciato dietro di sé un paese ben diverso da quello che avrebbe potuto essere. Ha lacerato il tessuto partitico nel suo insieme, giacché le principali formazioni politiche si divisero al loro interno tra correnti più meno visibili, giungendo in taluni casi a scissioni e ricongiungimenti su basi piuttosto labili. Viene ricostruito in questo studio l’articolazione e lo sviluppo dell’approccio comunista al centro-sinistra nell’arco temporale che va dal 1960 al 1968. Rispetto alla sopravvivenza complessiva dell’indubbiamente innovativo esperimento, estendibile fino alla metà degli anni Settanta allorquando videro la luce gli esecutivi di solidarietà nazionale, si è inteso proporre una periodizzazione più ristretta che però, si ritiene, ne rappresenta il momento più vero e significativo. D’altronde, come hanno osservato Giuliano Amato e Luciano Cafagna in Duello a sinistra, le politiche del 19 maggio 1968 furono delle «elezioni-verdetto», un passaggio assolutamente cruciale. L’intento, infatti, era quello di seguire il Pci negli anni fondamentali e delicati della sua elaborazione concettuale sul tema in oggetto, evidenziare il dibattito interno, le differenze di analisi, il venir meno di quel monolitismo che solo Togliatti, con la sua indiscussa capacità di sintesi tra le diverse anime del partito, riusciva a cementare. Non a caso, era soltanto dopo la sua scomparsa che lo scontro diventava più palese e sicuramente lacerante, determinando l’alleanza di Amendola con Longo e la sconfitta di Ingrao. Le premesse della ridefinizione del mercato politico italiano hanno radici nella crisi del centrismo e nelle vicende della metà degli anni ’50, quando si apriva la ricerca di un’apertura a sinistra, si registrava la fine del patto di unità d’azione tra Pci e Psi e iniziava un tumultuoso processo di sviluppo economico e sociale. Indubbiamente gli anni del boom segnarono una cesura fondamentale, e l’idea del centro-sinistra nacque anche per ristabilire il primato della politica sull’economia e colmare la frattura che tra queste si era aperta. Quando negli anni Cinquanta fu lanciata la proposta per un cambiamento dell’asse parlamentare, il Partito comunista si mostrò possibilista in quanto la partecipazione dei socialisti non necessariamente avrebbe dovuto portare alla rottura dell’unità. Di contro, poteva subire un’accelerazione il percorso tendente alla realizzazione di una società più incline alle proprie aspirazioni. Al IX congresso nazionale del gennaio-febbraio 1960, Togliatti caratterizzò la sua relazione in senso fortemente aperturista, introducendo il concetto della collaborazione indiretta, indipendente dalle scelte del Psi. Tuttavia l’atteggiamento mutò molto rapidamente a seguito dei noti fatti di luglio e con la formazione del governo delle convergenze democratiche. La diversa espressione di voto del Pci e dei socialisti sulla fiducia produsse un solco ulteriore tra i due partiti, che divenne ancora più marcato quando, all’inizio del 1961, si presentò il problema della formazione delle amministrazioni comunali. In effetti, la realizzazione del centro-sinistra in periferia creò più di una difficoltà ai comunisti, giacché il loro atteggiamento sulla nuova formula era mutato in senso oppositivo. Si rese quindi necessaria una operazione di recupero dell’unità per evitare l’isolamento e per correggere l’impostazione del partito fratello, troppo subalterno alla Dc e, a loro avviso, proiettato eccessivamente verso posizioni socialdemocratiche. Intanto il quadro generale stava maturando molto rapidamente. La Chiesa giovannea e la Nuova Frontiera kennedyana impressero una forte accelerazione al processo di avvicinamento tra nenniani e cattolici. A quel punto nel Partito comunista nessuno era più propenso a credere che l’apertura ai socialisti fosse un’ipotesi irrealizzabile. Anzi, essendo già in una fase piuttosto avanzata, poteva essere gestita soltanto con una politica elastica. A ottobre, infatti, Togliatti assunse una posizione squisitamente tattica che capovolse radicalmente i più recenti atteggiamenti. Nel volgere di pochi mesi, insomma, la linea ufficiale del Pci era cambiata già tre volte, evidentemente per finalità strategiche. Con il famoso discorso alla Camera del 5 maggio 1962, quello della opposizione di tipo particolare, finalmente si pervenne ad una posizione certa, quantunque velata da una ambiguità di fondo che in sostanza lasciava aperta più di una strada. In effetti il partito non aveva risolto le contraddizioni interne degli ultimi anni, perseverando in una politica oscillatoria che si muoveva nell’ottica del caso per caso. Infatti, molti disegni di legge proposti dal governo furono votati dal Pci, che però contemporaneamente fomentava le piazze per non perdere il contatto con le masse. In un certo senso, fu la svolta rallentatrice imposta a novembre dalla Dc che gli consentì di ritrovare una certa unità e di ricollocarsi su un terreno di lotta sperimentato e più consono alla sua natura. Difatti, al X congresso sembrò prendere corpo l’ipotesi dell’abbandono della benevola opposizione, quantunque il dibattito facesse registrare una varietà di posizioni. Un mese più tardi, nel gennaio 1963, Togliatti ruppe gli indugi illustrando alla Camera una mozione di sfiducia dal sapore puramente tattico. Era ovviamente chiaro che non vi fosse alcuna possibilità di rovesciare il governo, ma essa si rendeva necessaria quale punto di partenza della campagna elettorale. Contemporaneamente, approfittando delle tensioni createsi tra la Dc e il Psi, il Partito comunista intraprese una pressante azione di penetrazione e di disturbo all’indirizzo della minoranza socialista nella speranza di realizzare l’antico sogno della svolta a sinistra. Orbene, dalle informazioni di massima fin qui riportate traspaiono pressoché tutti gli elementi che caratterizzarono la politica comunista nell’intero periodo oggetto di analisi, quantunque variabili nelle forme, nel metodo e fortemente dipendenti dalle circostanze che di volta in volta andarono maturando. Una strategia affatto lineare, fatta di continue oscillazioni tra caute aperture e drastiche chiusure a seconda delle esigenze, almeno fin quando non maturò la scelta definitiva della opposizione senza quartiere allorché era ormai evidente che fossero venuti totalmente meno tutti i presupposti programmatici. Ciononostante, la divisione interna tra la sinistra ingraiana e la destra amendoliana costituì una costante particolarmente caratterizzante, che persino Togliatti stentò a gestire. Sul centro-sinistra si giocò una partita interna al Pci - con risultati laceranti - la quale traeva origine dalle differenti interpretazioni del capitalismo e del miracolo economico. Il partito non riuscì mai – almeno fino al 1968 – ad andare oltre la proposizione delle riforme di struttura e della programmazione. E neppure il noto e studiatissimo convegno del ’62 bastò a dare delle risposte. Anzi, paradossalmente acuì i contrasti, spingendoli alle estreme conseguenze. Anche nella complessa manovra di condizionamento a sinistra, il Pci si mosse piuttosto confusamente e raramente con una politica unanimemente condivisa. Indubbiamente non riuscì mai a confrontarsi alla pari neppure con il Psiup, temendo sempre che fosse messa in discussione la sua supremazia. “I compagni della sinistra non sono dei comunisti”, sostenne Togliatti con una evidente accezione critica - riferendosi al Psi nel suo insieme - allorquando si approssimava la fondazione del partito di Vecchietti, alla quale si oppose tenacemente. Finanche per le politiche del ’68 sembrò che un’alleanza fosse impossibile, poiché le riserve - osservò un preoccupato Pajetta – non nascevano “da una mancanza di fiducia nel PSIUP, quanto da una mancanza di fiducia nella nostra politica unitaria”. Non è certamente un caso che Vecchietti e Lombardi accusassero i comunisti, nel 1965, di praticare una “politica di potenza” ai danni dell’intera sinistra, suscitando un ripensamento in un troppo a lungo sottovalutato Longo. E fu proprio il segretario a rilevare, con malcelata rassegnazione, che quando “cadevano le speranze del centro-sinistra, non siamo riusciti a fare nostre quelle speranze, e a far sorgere dal basso un movimento che raccogliesse gli impegni programmatici”. In estrema sintesi, il Partito comunista italiano giunse impreparato e confuso all’appuntamento con il centro-sinistra, il quale fallì parzialmente non in conseguenza della sua non continua opposizione, ma per la contemporanea arretratezza dell’intero alveo partitico, delle forze economiche e della società civile.
URI: http://hdl.handle.net/10805/1685
Research interests: Storia politica nazionale e locale
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