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Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/10805/2038

Title: Il finito e il male nella filosofia di Paul Ricoeur
Authors: RIGHETTI, FILIPPO
Tutor: Musté, Marcello
Irene, Kajon
Keywords: Finito
Male
Antropologia
Ontologia esistenziale
Fenomenologia
Simbolica del male
Psicoanalisi freudiana
Narratività
Ricoeur, Paul
Psicoanalisi
Narrazione
Ontologia
Issue Date: 11-Jun-2013
Abstract: Sulla base dei contenuti della filosofia ricoeuriana, il progetto di ricerca vuol approfondire, in senso generale, la capacità di autocomprensione soggettiva. La prima parte del lavoro detiene un’intenzione analitica, rivolta al testo di stampo antropologico Finitudine e colpa, in cui il paradigma categoriale scelto dall’autore francese, quello della finitudine e del male, influisce sul tipo di percezione che l’uomo è capace di realizzare circa se stesso; dal contesto della sproporzione umana deriva il noto metodo lungo dell’ermeneutica, per cui il soggetto desidera se stesso, pone, afferma e cerca un ideale, ma inevitabilmente egli è anche costretto a riflette sul proprio limite finito, sul proprio male. La seconda parte del lavoro detiene invece un’intenzione uguale e contraria, cioè critica ma ancora una volta analitica; a tal proposito viene proposta la lettura di quelle opere la cui impostazione è essenzialmente anti-fenomenologica, contraria a Finitudine e colpa e in tale senso davvero ontologica, al fine di ipotizzare un riscatto pieno per l’esistenza, immune dalla ricaduta entro il paradigma del male: le opere sono Della interpretazione. Saggio su Freud e Sé come un altro, in particolare il suo X studio. Quest’ultimo stabilisce come criterio ontologico il contesto della passività esistente; il saggio su Freud, parimenti, permette di allargare il senso della finitezza umana oltre la sola corporeità fisica: vi è un origine immutabile del sé, archeologica, finita e passiva, che costituisce il tracciato seguito dalla teleologia ermeneutica. Infine, nella conclusione, un’ultima lettura dedicata al testo Tempo e racconto, su cui ritorniamo non a caso al termine della nostra seconda analitica; va riconsiderata la categoria portante del testo, quella di poiesis narrativa, stabilendo che la creazione di sé non può corrispondere ad un atto assolutamente libero, piuttosto si tratta di un atto di approssimazione simbolica, ma obbligato a non trascendere il nucleo dell’esistenza donata. Così, il soggetto che si comprende attraverso il metodo lungo dell’ermeneutica, attesta anche che sussiste un’implicita via corta dell’esser già, limitante il potere creativo dell’interpretazione di sé.
URI: http://hdl.handle.net/10805/2038
Research interests: antropologia, ontologia esistenziale, mitologia, psiconalisi, teoria della narrazione
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