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Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/10805/2079

Title: Il rapporto fra l’architettura moderna e contemporanea nella trasformazione della preesistenza nell’architettura di Roma dal 1945 ai giorni nostri. I quartieri Esquilino, Castro Pretorio, Sallustiano e Ludovisi - Lettura a scala urbana e architettonica.
Authors: GRIECO, GIUSEPPE
Tutor: CARUNCHIO, TANCREDI
Keywords: RESTAURO
ANTICO E NUOVO
Issue Date: 23-May-2013
Abstract: Il rapporto tra i nuovi interventi e la preesistenza dell’area di Roma compresa tra i rioni Esquilino, Castro Pretorio, Sallustiano e Ludovisi, nel secondo dopoguerra è il risultato di scelte e di approcci all’architettura e all’area urbana esistente, che hanno cambiato non solo l’immagine della città in quell’area, ma anche l’approccio contemporaneo all’architettura del passato e alle aree storiche consolidate. Le dinamiche che hanno condotto al nuovo assetto urbano dell’area di studio sono state analizzate attraverso la ricerca della documentazione bibliografica e in particolar modo di quella esistente nelle riviste di architettura di quegli anni, deducendo più gli aspetti inerenti l’approccio al luogo e alle preesistenze architettoniche anche demolite e perdute, piuttosto che gli aspetti architettonici e progettuali dei singoli esempi, spesso decontestualizzati. La tematica, affronta inizialmente uno studio sull’area e sugli sviluppi dei rioni romani a Nord-Est della città cercando di riconoscere le stratificazioni storiche, gli sviluppi urbani e le presenze architettoniche con le quali i nuovi interventi hanno dovuto confrontarsi a partire dal 1945. Il confronto non si limita a comprendere solo gli aspetti più visibili dell’architettura costruita, ma cerca di indagare le scelte e le proposte per poi giungere alla definizione dei risultati concreti della realizzazione dei nuovi edifici oggetto di interesse. La documentazione, l’analisi delle planimetrie delle aree di studio e la rilettura dei bandi di concorso, hanno consentito di comprendere quanto la realtà preesistente abbia influito o meno sulle scelte progettuali finali. La Testata della Stazione Termini fu il risultato di un bando di concorso risalente al 1947, che definiva sin dal principio il rispetto delle presenze storiche; l’aggere Serviano divenne un punto di riferimento per definire il dimensionamento della pensilina del fronte principale e la sua distribuzione planimetrica; le ali già realizzate con il progetto di Mazzoni costituirono un limite in pianta e in alzato su via Giolitti e via Marsala; il rapporto con la piazza antistante e con le antiche Terme di Diocleziano rappresentò una tematica urbana ancora oggi molto discussa. “La Rinascente” a Piazza Fiume e l’edificio di via Campania si rapportavano alla preesistenza delle antiche Mura Aureliane e all’intero quartiere attraverso un approccio compositivo innovativo rispetto al passato, anche in funzione del cambiamento socio-culturale e tecnologico di quegli anni. La Rinascente fu progettata impiegando una composizione di ‘rigorosa radice tecnologica’ con il muro di tamponamento senza finestrature, con un volume predefinito e una struttura metallica a vista sulle facciate. In questo intervento viene interpretato un duplice rapporto con il passato: il primo, riprendendo un colloquio interrotto a distanza di secoli tra l’ambiente romano e quello lombardo; il secondo, rapportando l’edificio ad una piazza sulla quale, di fronte, sono presenti le antiche Mura Aureliane. Il complesso di via Campania ricerca radici profonde nella romanità del passato mentre la sua modernità è attribuita al fatto che esso rappresenta un lavoro di ‘tipo metalinguistico’ capace di superare il problema stilistico adottando tre diversi linguaggi associati a tre diverse funzioni riscontrabili ai vari piani; il dialogo con la preesistenza e l’ambientamento nel contesto è risolto non attraverso una mimesi ma attraverso la ricezione del riflesso delle mura Aureliane sul vetro bruno della facciata. Un decreto del Presidente della Repubblica apportò modifiche al P.R.G. per realizzare l’Ambasciata Britannica, che venne costruita su un’area destinata inizialmente a parco privato. Su questa area sorgeva il Palazzo Torlonia, già sede dell’ambasciata Britannica dal 1870, distrutto da un attentato nel 1949. Nel 1960, il governo inglese decise di ricostruire la nuova sede nello stesso luogo, affidando l’incarico all’architetto britannico Sir Basil Spence. Il nuovo progetto nello schema a pianta centrale traeva spunto dal codice manieristico cercando un riferimento con la vicina Porta Pia che in verità fu negato dall’arretramento dell’ingresso rispetto al contesto michelangiolesco. La Biblioteca Nazionale Centrale al Castro Pretorio, fu realizzata anch’essa attraverso un bando di concorso nazionale del 1959, che non prevedeva solo il progetto architettonico della biblioteca, ma anche di avanzare idee e proposte per la sistemazione dell’intera zona. Il complesso si confrontava con la realtà delle poche costruzioni militari, delle quali fu prevista la demolizione, e le mura Aureliane. Il progetto vincitore non interpretò più la biblioteca secondo un concetto ottocentesco ma riuscì a coniugare la modernità dei meccanismi di automatizzazione con bassi costi di gestione. L’architettura moderna di questi anni fu messa a dura prova nell’incontro tra la città antica e l’edilizia nuova. Si aprirono accesi dibattiti attraverso le riviste specializzate e nei convegni organizzati per affrontare la tematica del rapporto tra ‘antico e nuovo’. Si cercò di comprendere il valore del punto di incontro tra la cultura contemporanea e il passato non cercando una negazione o una frattura ma un dialogo tra i diversi momenti creativi. R. Pane affermava che “il patrimonio d’arte e di storia non si pone come una intimidazione a danno della moderna creatività, ma esige invece di essere integrato in una autentica creatività, dato che esso non è una parte morta della città ma la sua parte più viva e coerente”. E ancora, per citare B. Zevi, “gli architetti moderni potranno attuare un positivo incontro tra antico e nuovo solo quando conosceranno a fondo l’antico e avranno il coraggio di inventare, di pensare di nuovo”.
URI: http://hdl.handle.net/10805/2079
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