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Title: L’agricoltura italiana tra sviluppo economico e fallimento ambientale. Il caso dell’Italia centrale. Toscana, Marche e Umbria dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Ottanta.
Authors: CHIATTI, ROSA
Tutor: Bevilacqua, Piero
Keywords: Storia dell'agricoltura
Issue Date: 18-Jun-2014
Abstract: L’idea di sviluppare un progetto di ricerca volto ad analizzare i mutamenti intervenuti nell’agricoltura di tre particolari regioni quali Toscana, Umbria e Marche è scaturita dall’osservazione di alcune immagini, scattate da Henri Desplanques nelle campagne dell’Italia centrale nell’arco di un ventennio (1953-1973), che mettono in luce in maniera molto vivida e impietosa le graduali e progressive trasformazioni che il paesaggio agrario di una regione, come del resto anche Toscana e Marche, caratterizzata da secoli di peculiari assetti colturali e paesaggistici, ha subito in un lasso di tempo piuttosto breve. Nella prima metà degli anni Sessanta Desplanques descrive in questi termini le colline umbre “(...) i pendii sembrano come morti, anche se qualche rado cespuglio o zolla erbosa vi si abbarbica qua e là. I dissodamenti d’un tempo avevano costretto il bosco ad indietreggiare, oggi le colture sono sostituite da vegetazione stopposa”. Queste brevi considerazioni unite alla forza delle immagini hanno creato l’interesse di andare ad indagare le motivazioni sottese ad un così radicale e repentino stravolgimento di assetti agricoli che per secoli hanno sostenuto e caratterizzato le campagne dell’Italia centrale. In questo studio sono state esaminate le realtà agricole di Toscana, Umbria e Marche regioni in cui l’evoluzione dei patti mezzadrili è stata piuttosto difficile e ha lasciato importanti strascichi sia sul piano strettamente produttivo che su quello paesaggistico-ambientale. L’arco temporale preso in considerazione va dagli anni Cinquanta del Novecento fino a tutti gli anni Ottanta. Nel corso di questi quaranta anni l’agricoltura è stata investita da molteplici e variegate trasformazioni dettate dalle politiche internazionali che sempre più incisivamente hanno condizionato le realtà locali. Per avere una visione che andasse oltre le dinamiche interne alle singole realtà regionali, si è voluto prendere in considerazione sia i principali provvedimenti emanati a livello comunitario in merito alla politica agricola sia le principali tendenze di mercato che hanno visto come protagonisti i prodotti agroalimentari. I primi due capitoli infatti, hanno come oggetto lo studio delle interazioni esistenti tra le caratteristiche del mercato agricolo nazionale ed internazionale con i principali provvedimenti emanati a livello comunitario. Dall’esame delle dinamiche inerenti l’andamento dei mercati agricoli e le sue implicazioni sulla Politica Agricola Comunitaria sono emersi alcuni fattori cruciali che si sono rivelati utilissimi per la comprensione sia del comportamento degli enti locali e degli addetti al settore agricolo nelle tre regioni oggetto di studio, che delle trasformazioni degli assetti colturali e aziendali regionali. Successivamente si è passati allo studio della situazione agricola di Toscana, Marche e Umbria negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale per avere un quadro di partenza chiaro da utilizzare come termine di confronto per gli sviluppi del settore primario nei decenni successivi. Mediante una analisi dettagliata delle strutture agricole e delle colture esistenti nei territori di Toscana, Marche e Umbria, da sempre aree d’elezione di vite ed olivo e contraddistinti da molteplici forme paesaggistiche, si è cercato di ricostruire il processo che ha portato alla formazione degli attuali assetti agricoli e colturali inserendolo nel panorama dei grandi mutamenti di mercato che hanno investito l’Europa. Come già accennato in precedenza, le motivazioni che hanno portato a circoscrivere l’ambito della ricerca all’agricoltura di queste tre particolari regioni sono da ricercare nella complessità relativa alle dinamiche inerenti l’evoluzione dei patti di mezzadria. Le aziende mezzadrili, indissolubilmente legate ai tradizionali assetti colturali che sin dal basso medioevo vigevano in questi territori non avevano fatto altro che confermare ed accentuare i caratteri storici e le tendenze di queste economie, contribuendo all’esaltazione del carattere promiscuo della valorizzazione della terra. Il paesaggio che ne emergeva vedeva i seminativi sempre più arborati e i campi divisi con arte fra arbusti, macchie, aree da pascolo, vigne, frutteti misti. E’ solo dopo la metà del XX secolo che questi assetti e tutti i suoi complessi equilibri verranno sconvolti. Uno studio relativo a queste aree mostra chiaramente come le politiche sottese allo sviluppo e alla diffusione dell’agricoltura industriale abbiano cercato non solo di livellare le caratteristiche variegate di un paesaggio agrario modellato da secoli e secoli di tradizione, ma siano riuscite ad accelerare in maniera traumatica i processi di abbandono della terra da parte dei contadini già in atto, seppur con lieve intensità, nell’immediato dopoguerra. Infatti, nel presente studio ci si è soffermati ad analizzare le dinamiche relative all’emigrazione rurale, sottolineando un fatto fondamentale: sono stati i giovani per primi a battersi al fine di ottenere migliori condizioni di vita nelle campagne e, soltanto in un secondo momento, sfiduciati e delusi da politiche incapaci di rispondere alle esigenze di rinnovamento e di conseguenza incapaci di trattenere i contadini sulla loro terra, hanno dato luogo a fenomeni migratori mai visti prima nelle suddette regioni. Con l’istituzione della Comunità Economica Europea nel 1957 e con la nascita della Politica Agricola Comunitaria all’inizio degli anni Sessanta gli indirizzi seguiti in ambito agricolo erano volti essenzialmente al sostegno dei prezzi. Tale pratica però, si è rivelata quasi immediatamente non adatta ad assolvere il compito di ammodernamento strutturale di cui necessitava il settore agricolo; le crisi di sovrapproduzione ricorrenti per tutto il corso degli anni Settanta ne sono la testimonianza. Soltanto intorno alla metà degli anni Ottanta cominciano ad essere avvertite, sia a livello europeo che locale, le distorsioni relative alla inadeguatezza dei provvedimenti in materia di politica agricola fino ad allora attuati. Tutto ciò ha avviato un vivace dibatto intorno alla necessità di una radicale ristrutturazione dell’agricoltura europea che ha visto protagonisti sia le parti politiche che gli operatori e gli studiosi del settore. Da queste discussioni, oltre all’esigenza di natura strettamente economica di razionalizzazione e ottimizzazione dei fattori produttivi, è emersa l’esigenza, ormai non più procrastinabile, di arginare l’esodo dalle campagne che ormai era diventato un male cronico delle aree marginali interne alle regioni e che, recidendo l’antico legame del contadino con la terra, aveva prodotto gravissimi squilibri sia sociali che ambientali. Occorre precisare, però, che già nella seconda metà degli anni Cinquanta l’esodo dalle campagne era stato percepito come una grave minaccia per le aree rurali di queste tre regioni e soprattutto in Umbria e nelle Marche, dove la popolazione agricola raggiungeva livelli molto elevati e l’agricoltura all’inizio degli anni Sessanta era la principale fonte di reddito, gli enti locali e i partiti di sinistra avevano sollevato questa problematica proponendo una riforma agraria più incisiva di quella attuata agli inizi degli anni Cinquanta. Dunque il problema dell’emigrazione dalle campagne non costituiva certo una novità ma, proprio durante gli anni Ottanta, nel pieno sviluppo dei rapporti capitalistici, i sistemi di produzione fino ad allora attuati e sostenuti in ambito internazionale, aggravati dalle principali conseguenze derivanti dagli avvenimenti del decennio precedente come la crisi petrolifera e le ricorrenti crisi da sovrapproduzione, hanno manifestato le loro più gravi distorsioni. La presa di coscienza di questo stato di cose ha indotto dunque vari osservatori a considerare l’agricoltura non solo dal punto di vista relativo a modelli di efficienza produttiva, ma anche come la sola attività capace di attuare sistemi di salvaguardia territoriale nelle aree marginali di regioni come le Marche e l’Umbria, in cui il passaggio dalla mezzadria alla piccola proprietà non si è realizzato in maniera univoca ed indolore ma ha lasciato una scia di contraddizioni e povertà che ha segnato in modo indelebile le realtà agricole di queste due regioni. Per quanto riguarda la Toscana, invece, oltre alle ricerche relative ai rapporti di produzione e alle loro evoluzioni nei decenni considerati, l’attenzione si è concentrata sulle trasformazioni che hanno investito il settore vitivinicolo ed il settore olivicolo. E’ stato scelto di esaminare dettagliatamente queste due produzioni perché esse rappresentano le coltivazioni prevalenti e caratterizzanti il territorio regionale. E’ risultato particolarmente interessate seguire le vicende che hanno visto protagonisti la vite e l’olivo nell’ambito agricolo internazionale e osservare come di volta in volta i provvedimenti di carattere sovranazionale hanno influenzato in modo ben visibile le campagne toscane. Molto stimolante è stato vedere come nel volgere di pochi decenni le colture consociate, tipiche degli assetti mezzadrili, hanno lasciato il posto ai vasti appezzamenti adibiti a colture specializzate imposte dalle esigenze di mercato.
URI: http://hdl.handle.net/10805/2582
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